I dati di bilancio dello Stato e degli Enti Locali, presentati nell’articolo del Sole 24 Ore del 10 febbraio u.s. (“Investimenti Pa, tagliati 100 miliardi” – cfr. All. 1) appaiono in linea con le analisi dell’Ance che, da anni, denuncia l’adozione, da parte di tutti i Governi che si sono succeduti, di una politica di bilancio non neutrale: le scelte adottate hanno sempre privilegiato la spesa corrente rispetto a quella per gli investimenti in conto capitale.
Si tratta di un trend in atto da oltre venti anni.
I dati di previsione contenuti nei bilanci annuali dello Stato, dal 1990 ad oggi, segnano una riduzione del 42,6% delle spese in conto capitale a fronte di un consistente aumento della spesa corrente al netto degli interessi del debito pubblico (+30%). Se poi, si considera la parte della spesa in conto capitale destinata alla realizzazione di nuove opere pubbliche, il divario rispetto all’andamento della spesa corrente è ancora più evidente. Le risorse per nuove infrastrutture, infatti, hanno subito, rispetto al 1990 una riduzione del 61,2% (Cfr. All. 2 – Grafico n.1).
Questo andamento risulta confermato anche negli ultimi anni, durante i quali la grave crisi economico-finanziaria che ha colpito l’economia mondiale ha determinato pesanti conseguenze sulla gestione delle politiche di bilancio. Il rispetto degli obiettivi di finanza pubblica, concordati in sede europea per evitare il rischio di insolvenza, ha reso necessaria l’adozione di una politica di rigore e di controllo della spesa.
Una politica che si è tradotta in manovre correttive che, nate in circostanze emergenziali, hanno agito quasi esclusivamente sulla componente più virtuosa della spesa, quella in conto capitale, ovvero la parte più facilmente comprimibile nel breve periodo, al fine di assicurare la correzione dei saldi di finanza pubblica.
Dal 2008, anno dello scoppio della crisi, al 2013, l’analisi sul Bilancio dello Stato segna, infatti, una riduzione del 38% in termini reali degli stanziamenti per spese in conto capitale (-26,6% se si considera la quota destinata a nuove opere pubbliche), a fronte di spese correnti al netto degli interessi sostanzialmente costanti (-0,3%) (Cfr. All. 2 – Grafico n.2).
Le conseguenze di tali scelte di bilancio sono evidenti nell’andamento della spesa delle amministrazioni pubbliche.
Particolarmente significativi appaiono i dati a partire dal 2009, anno del consolidamento della crisi. Dal 2009 al 2012, infatti, la spesa in conto capitale è diminuita di 19 miliardi (-28,5%) mentre quella corrente ha continuato a crescere registrando un aumento di 5,9 miliardi di euro (+0,9%). Le previsioni per i prossimi anni confermano tale tendenza: per gli anni compresi tra 2013 ed il 2017 è previsto un ulteriore aumento di spesa corrente al netto degli interessi di 51,9 miliardi, mentre la spesa in conto capitale si ridurrà di 4,7 miliardi.
Questi risultati scontano anche l’effetto che il forte irrigidimento del Patto di stabilità interno ha prodotto sull’andamento delle spese in conto capitale di Regioni, Comuni e Province.
Per rispettare i vincoli europei, infatti, molti enti locali hanno agito quasi esclusivamente sulla spesa in conto capitale, bloccando l’avvio di nuovi investimenti, oltre che i pagamenti alle imprese, anche a fronte di lavori regolarmente eseguiti ed in presenza di risorse disponibili in cassa. Nel periodo 2004-2010, ad esempio, a fronte di un obiettivo di riduzione di spesa del 6%, i comuni hanno ridotto del 32% le spese in conto capitale, aumentando invece del 5% le spese correnti.
E’ indispensabile, quindi, riformare strutturalmente il Patto di stabilità interno, introducendo il principio dell’equilibrio di parte corrente ed un limite all’indebitamento, ed un allentamento dei vincoli fissati per gli enti locali.
Quanto finora illustrato impone una riflessione su come ricavare spazi del bilancio per potenziare i flussi di spesa da destinare alla realizzazione di infrastrutture necessarie al Paese, sostenendo lo sviluppo e la crescita economica.
E’ necessario attuare concretamente il percorso di spending review già avviato, abbandonando l’inefficace politica dei tagli lineari, adottata negli ultimi anni, e intervenendo su alcune voci di spesa corrente improduttiva, prevedendone il blocco ai valori del 2012.
E’ noto che un percorso del genere non sia agevole, vista l’estrema rigidità dei conti pubblici. Tuttavia, un margine di intervento può essere trovato nell’ambito delle voci che compongono i “Consumi intermedi” e le “Altre spese correnti”, all’interno delle quali sono contenuti sussidi a pioggia per circa 20 miliardi di euro.
A questo proposito appare opportuno fare riferimento allo studio commissionato nel 2012 dal Governo al Prof. Francesco Giavazzi, che prende in esame proprio i contributi alle imprese, sia nella componente in conto corrente (ricompresa nella voce “Altre spese correnti”), che in quella in conto capitale. Dall’analisi emerge che i contributi alle imprese che potrebbero essere eliminati, in quanto improduttivi ed inefficienti, ammontano a circa 10 miliardi di euro all’anno.
Tale processo di spending review appare ancora più rilevante alla luce della posizione assunta dalla Commissione Europea che chiede all’Italia di tagliare la spesa corrente prima di consentire l’utilizzo della clausola europea per gli investimenti (c.d. “golden rule”). E’ necessario quindi porre le condizioni per una riduzione credibile e significativa della componente meno produttiva della spesa pubblica.
Allegati:
1. articolo del Sole 24 Ore del 10/02/2014 “Investimenti Pa, tagliati 100 miliardi”;
2. grafici Bilancio dello Stato.
14910-Allegato 1_articolo Sole 24 Ore.pdfApri
14910-Allegato 2_Grafici bilancio dello Stato.pdfApri