
E’ fondamentale che il procedimento di recepimento della direttiva Ue volta a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne valorizzi in modo pieno e sostanziale il ruolo delle parti sociali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. Lo ha sottolineato la presidente dell’Ance, Federica Brancaccio, nel corso di un’audizione al Senato sul recepimento della direttiva europea sulla parità salariale.
A preoccupare l’Associazione, un passaggio della disposizione (all’articolo 4 comma 2) che fa riferimento, in primo luogo, a un qualsivoglia “contratto collettivo nazionale di lavoro applicato dal datore di lavoro” e, solo in mancanza di quest’ultimo, al “Ccnl siglato dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale per il settore di riferimento”. Un passaggio, ha spiegato Federica Brancaccio, che “rischia di legittimare quei Ccnl stipulati da soggetti di dubbia rappresentatività, che non garantiscono il principio di leale concorrenza sul mercato del lavoro, né tantomeno assicurano adeguate tutele ai lavoratori”.
Come noto, infatti, sono molteplici i Ccnl non dotati del requisito della maggiore rappresentatività in termini comparativi che risultano depositati presso l’archivio del Cnel.
La disposizione, poi, si pone in netta contraddizione con la presunzione di conformità (prevista nel comma 1 dell’articolo 4) secondo il quale i Ccnl sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale di riferimento per il settore produttivo devono costituire gli unici punti di riferimento ai fini della comparazione tra posizioni lavorative nel settore produttivo interessato. Solo in questo modo si può dare effettiva efficacia alla presunzione di conformità ai principi di parità retributiva e di trasparenza posta a favore dei Ccnl sottoscritti dalle associazioni di rappresentanza comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.
Secondo l’Ance, “ad attaccare il sistema di regole condivise e valide per tutti è chi si appella alle scorciatoie alla giungla dell’ognuno fa per sé cercando di screditare un modello che garantisce prestazioni uguali per tutti, facendo leva proprio su terzietà e sulla mutualità assicurate dalle casse edili”.
A pagarne le conseguenze – ha aggiunto Brancaccio – saranno oltre 700.000 lavoratori “che vedranno ridurre le loro prestazioni economiche e di welfare e le loro tutele normative, rendendo inoltre impossibili i controlli alla base del contrasto alle infiltrazioni criminali nel settore”.
“In linea con quanto richiesto da Confindustria e da tutte le principali associazioni datoriali” l’Ance ”auspica che, nel testo, venga ribadita correttamente la centralità della contrattazione collettiva cosiddetta di qualità, facendo riferimento esclusivamente ai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”.
In nome della libertà sindacale, ha concluso Federica Brancaccio, “alcune realtà stanno giocando una partita spregiudicata che rischia di creare un danno alla collettività e agli imprenditori onesti e di penalizzare migliaia di lavoratori del settore e la loro sicurezza”.
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