
La contrattazione collettiva stipulata dalle parti comparativamente più rappresentative rappresenta lo strumento più efficace per assicurare ai lavoratori trattamenti economici adeguati e, al tempo stesso, garantire sostenibilità e competitività alle imprese. È questa la posizione espressa dall’Ance nel corso dell’audizione presso la Commissione Lavoro della Camera dei Deputati sul disegno di legge di iniziativa popolare n. 2179/C recante “Disposizioni per l’istituzione del salario minimo”.
Nel corso dell’audizione, l’Associazione ha evidenziato come la proposta di legge, pur richiamando i contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, introduca comunque una soglia minima legale di 9 euro lordi l’ora, demandandone l’aggiornamento annuale a una Commissione istituita presso il Ministero del Lavoro.
Secondo l’Ance, la previsione di un salario minimo fissato per legge rischia di comprimere l’autonomia della contrattazione collettiva, che costituisce uno degli elementi centrali del sistema di relazioni industriali italiano. Sono infatti le parti sociali comparativamente più rappresentative a definire i livelli retributivi tenendo conto delle specificità dei diversi comparti produttivi, dei livelli di produttività, dell’andamento economico e delle concrete condizioni organizzative delle imprese.
L’Associazione ha inoltre ricordato che il recente Decreto Lavoro 2026 ha introdotto il principio del cosiddetto “salario giusto”, riconoscendo espressamente alla suddetta contrattazione collettiva il ruolo di strumento di riferimento per l’attuazione dell’articolo 36 della Costituzione e per la definizione di un trattamento economico complessivo adeguato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto.
Per l’Ance, questa impostazione valorizza correttamente il ruolo delle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative, salvaguardando un modello consolidato di relazioni industriali che consente di coniugare tutela del lavoro e sostenibilità economica.
L’Associazione ha inoltre sottolineato che un intervento legislativo che introduca una soglia retributiva uniforme potrebbe favorire fenomeni distorsivi, incentivando l’abbandono dei contratti collettivi di riferimento e generando rischi di dumping salariale e di concorrenza sleale a danno delle imprese regolari.
Con particolare riferimento al settore delle costruzioni, l’Ance ha evidenziato come i contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative garantiscano già livelli retributivi pienamente coerenti con i valori indicati nella proposta di legge. Nel settore edile, infatti, il trattamento economico dei lavoratori è definito attraverso un sistema di contrattazione articolato su due livelli, nazionale e territoriale, che comprende specifiche voci retributive obbligatorie.
A ciò si aggiunge il sistema della bilateralità, fondato sulle Casse Edili, che assicura il versamento di contributi e accantonamenti destinati a formazione, sicurezza, assistenze, previdenza complementare e sanità integrativa. Elementi che fanno parte integrante del trattamento complessivo del lavoratore e che sono strettamente collegati alla regolarità contributiva delle imprese e al rilascio del Durc.
Alla luce di queste considerazioni, l’Ance ritiene che il quadro normativo attuale, anche alla luce delle disposizioni introdotte dal Decreto Lavoro 2026, sia il corretto riferimento per garantire retribuzioni proporzionate e sufficienti, rendendo non necessario un intervento legislativo nei termini previsti dal disegno di legge sul salario minimo.
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